San Vittore, Sidney Sonnino e la legalità dell’azione amministrativa

Gli arresti dell’8 maggio, festa di S. Vittore – come ben ricordato dalle procure tutte da Nord (Milano) a Sud (Reggio Calabria) – dovrebbero farci riflettere sulle conseguenze della commistione politica-amministrazione, che si ottiene con la sottomissione della seconda alla prima. Questa pretenderebbe di ergersi a sua moralizzatrice, nonostante ogni evidenza solare del contrario.

Purtroppo, lo stato moderno dovrebbe essere fondato sulla tripartizione dei poteri di Montesquieu, che presuppone però un sistema di contrappesi e di separazioni tra la politica, l’amministrazione e i giudici, in difetto dei quali non solo la democrazia parlamentare diventa una pura e semplice finzione, ma nella quale l’amministrazione, in assenza di precise garanzie e tutele, non può controbilanciare il potere politico assicurando il rispetto della legalità nel farsi dell’azione amministrativa.

A quel punto sono chiamati in causa i giudici e le conseguenze le vediamo da vent’anni almeno, senza che però si affrontino le vere cause del problema.

Il rispetto e la garanzia della legalità nel “fare amministrazione”, questa è la funzione storica ed alta della burocrazia, che i giudici non possono sostituire, ed alla quale certo non si può tornare mortificando e precarizzando il pubblico o, peggio, pretendendo di parificarlo -a parole- al privato.

Il dirigente pubblico non è, né deve essere uguale al privato, né nella funzione né nel trattamento. Altrimenti le conseguenze sono quelle che si sono viste (“vi faccio fare gli appalti che volete, se favorite la mia carriera”).

A mio parere, la storia italiana delle riforme della dirigenza pubblica evidenzia oltre ogni possibile dubbio cosa sia derivato dall’insistenza sulla contaminazione di un sistema “rigido” di tipo franco-belga con elementi anglosassoni ad essa del tutto non solo estranei, ma soprattutto pericolosi, più che non replicabili (spoils-system in testa).

Così scriveva un autore: “La mia tesi non è certo che le sorti del Ministero o dei singoli ministri non debbano e non possano mai in alcun modo dipendere dai voti della Camera, ancorché questi voti partano da una vera volontà ponderata e costante, e rivelino un serio movimento dell’opinione pubblica. Così come oggi, mentre una siffatta dipendenza è proclamata fatale e necessaria, non è nemmeno detto che ai termini del nostro Statuto sia esclusa ogni azione della rappresentanza nazionale elettiva sulla vita del Ministero o dei ministri. Una tale azione non è però da considerarsi a priori come sempre egualmente e costituzionalmente necessaria. […] per fare questa riforma non occorre né alcun ritocco allo Statuto né alcuna legge; ma basta che se ne persuada la coscienza pubblica. Il vizio attuale non sta nella legge; trae anzi origine dalla violazione della legge stessa fondamentale dello Stato […]”.

Se a “Ministro” e ministero si sostituisce “amministrazione pubblica” e a “Camera” si sostituisce “politici”, sembra storia d’oggi.

Invece era il 1897 e Sidney Sonnino proponeva il ritorno allo Statuto per superare il regime di corruttele e di inettitudine del regime parlamentare.

Non se ne fece nulla ed anzi si fece tutt’altro, come si vorrebbe fare anche oggi. La situazione era invece profondamente simile: si chiedeva in fondo di separare l’amministrazione dalla politica ritornando ad elementi estranei a quest’ultima (lo Statuto Albertino ed il re).

Oggi la situazione di inettitudine e corruttela dei parlamentari c’è ancora e molto peggiore; la differenza è che anziché tornare alla Costituzione (definita una delle più avanzate d’Europa) si propone di smontarla e distruggere quel poco di “fonction publique” che ancora resiste. E che la maggior parte dei dirigenti e dipendenti pubblici continua ad onorare nonostante le defaillances dei propri politici e gli attacchi che questi, a partire dai massimi livelli (inutile fare nomi) fanno loro.

Giovanni Fino

 
Segreteria Allievi SNA
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