Riforma PA: Dirigenza, un pasticcio che non premia i migliori e aumenta la dipendenza dalla politica

Gli AllieviSNA aspettano un confronto con il Governo

per valutare le criticità del decreto

 

Se l’obiettivo era avere una Pubblica Amministrazione più agile, efficiente e capace, il risultato del Decreto sembra andare nella direzione opposta: dirigenti sempre più in balia della politica, perché le valutazioni non assicurano il posto e non sono l’unico criterio di scelta (non basta essere bravi), commissioni di valutazione a esclusiva nomina governativa, con tanti saluti all’imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Costituzione), nuove “criptiche” e fantasiose definizioni di responsabilità e mancato raggiungimento degli obiettivi, che prescindono da ogni oggettività e misurabilità, una Scuola Nazionale dell’Amministrazione che rischia di vedere fortemente svilire il proprio ruolo a beneficio di soggetti esterni.

L’associazione AllieviSNA auspica a breve un confronto con il Governo e con le Commissioni parlamentari, per discutere le forti criticità emerse dal decreto sulla riforma della dirigenza pubblica.

Le premesse sembravano infatti ottime, con la reintroduzione del ruolo unico e la conseguente creazione di nuove possibilità di crescita e sviluppo professionale all’interno di un “mercato” nel quale mettere in gioco le proprie competenze (l’uomo giusto al posto giusto, senza steccati fra Amministrazioni e rendite di posizione); il potenziamento delle procedure di valutazione, l’omogeneizzazione delle retribuzioni, oggi ancora troppo diversificate tra le pubbliche amministrazioni e non giustificate da diversi contenuti delle prestazioni lavorative e professionali. Tutti elementi sui quali l’Associazione AllieviSNA si era già più volte espressa positivamente in passato.

“Qui non si tratta di fare una difesa corporativa di posizioni acquisite, visto che, tra l’altro, i dirigenti sono già licenziabili, non hanno scatti d’anzianità e i loro incarichi sono già a tempo – spiega Luca Cellesi, presidente di AllieviSNA –, ma di salvaguardare l’interesse pubblico indipendentemente da chi si trova al governo, di osservare la norma senza piegarla a interessi di parte, di premiare il merito e non il servilismo. Se le migliori teste in Italia pronte a servire lo Stato sono selezionate da enti privati, scelte da politici, valutate da commissioni politiche e confermate solo se conformi ai desiderata governativi, ditemi che guadagno in efficienza, trasparenza e indipendenza potremo mai averne”.

Entrando nel dettaglio, questi sono i punti che danno alla riforma una preoccupante ambivalenza, creando una classe dirigente sempre più indebolita e “malleabile”:

Il sistema di reclutamento della dirigenza, che in naturale, logico parallelo con il ruolo unico della dirigenza, dovrebbe prevedere un unico canale di accesso e selezione dell’unica dirigenza della Repubblica. Pare invece che non solo si mantengano canali differenziati, ma che anzi l’accesso attraverso la SNA sia per certi versi considerato un accesso di serie B (si può diventare infatti solo funzionari), contro ogni risultanza “storica” della qualità delle risorse sin qui selezionate. La stessa SNA, inoltre, corre il rischio di essere fortemente depotenziata, sia per il reclutamento che per la formazione dei dipendenti pubblici, in quanto tali attività potrebbero di fatto essere “subappaltate” a soggetti esterni, non meglio identificati, che svolgeranno (dietro corrispettivo e con evidente incremento della spesa pubblica) una funzione che oggi è interna alla PA.

L’indebolimento della dirigenza; ricordando che la Costituzione prevede per i dirigenti dello Stato un rapporto di impiego stabile, salvo il licenziamento per giusta causa, a garanzia dell’imparzialità e del buon andamento (a garanzia, sottolineiamolo, del cittadino), il decreto introduce una sorta di “licenziamento senza giusta causa”, il ricatto del “demansionamento”, la sostanziale precarizzazione e il rischio di una sempre maggiore dipendenza dalla politica (con qualche regoletta di “dettaglio” persino punitiva): si pensi ai dirigenti che hanno avuto valutazioni positive e che quindi hanno bene operato, e che rischiano di finire comunque nel “serbatoio” dei dirigenti senza incarico, negando nei fatti quella valorizzazione del merito che dovrebbe essere invece uno dei capisaldi della riforma. Il conseguente rischio di una classe dirigente eccessivamente schiacciata sulle posizioni del vertice politico di turno (con buona pace dell’indipendenza e della separazione dei poteri, e della tutela degli interessi dei cittadini ad avere una pubblica amministrazione imparziale nell’esercizio delle funzioni) o continuamente impegnata a procurarsi un nuovo incarico per evitare di finire nel “limbo”.

La previsione di ben tre Commissioni per la valutazione della dirigenza pubblica, statale, regionale e degli enti locali, i cui membri sono completamente, direttamente o indirettamente, di nomina governativa e degli organi di governo delle Regione e degli Enti locali

La modifica dell’art 21 del D. Lgs. 165/2001 in tema di responsabilità dirigenziale, con l’introduzione di nuove “criptiche” e fantasiose definizioni di responsabilità e mancato raggiungimento degli obiettivi, che prescindono da ogni oggettività e misurabilità.

“L’auspicio – conclude Luca Cellesi è che le tante criticità che stiamo evidenziando possano essere risolte attraverso opportune modifiche al testo del decreto a valle di un confronto con il Governo e le Commissioni Parlamentari per il quale ribadiamo la nostra massima disponibilità, nella certezza di essere tutti accumunati dal medesimo obiettivo: garantire al Paese un Pubblica Amministrazione migliore”.

 

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